Il potere terapeutico delle fiabe è un concetto a cui torno spesso nel mio lavoro, anche se a uno sguardo distratto le fiabe sembrano appartenere solo all’infanzia. Eppure chi le legge con occhio psicodinamico riconosce qualcosa di più profondo. Non è solo il ricordo di chi ci leggeva ad alta voce una fiaba prima di dormire: è un corpus che condensa, con precisione rara, il modo in cui la sofferenza psichica prende forma dentro di noi e le condizioni che ne permettono la trasformazione.

Questa lettura affonda le radici nel lavoro di Marie-Louise von Franz, tra le allieve più rigorose di Jung, che ha dedicato gran parte della propria vita all’amplificazione simbolica del materiale fiabesco raccolto nelle diverse tradizioni culturali. Il suo contributo resta un riferimento imprescindibile per chi lavora in una cornice analitica, e mostra come la fiaba non sia invenzione arbitraria, ma sedimentazione di un’osservazione collettiva, protrattasi per secoli, su come la psiche umana si perde e su come, a volte, ritrovi la strada.

Il maleficio nella fiaba: il volto del potere terapeutico

Il tema più ricorrente nelle tradizioni fiabesche di tutto il mondo è quello dell’incantesimo: un personaggio viene trasformato in animale, ridotto a una condizione di vecchiaia ripugnante, oppure costretto a compiere azioni distruttive che non riconosce come proprie.

Chi ha attraversato un periodo di sofferenza psichica profonda conosce bene questa sensazione: agire in modi che non si sono scelti, reagire in maniera sproporzionata rispetto a ciò che l’ha provocato, ripetere schemi dolorosi vissuti come estranei a sé. Non è un’analogia poetica, ma la stessa struttura fenomenica: ciò che nella fiaba prende la forma dell’incantesimo corrisponde, nella vita psichica, a un contenuto inconscio non integrato che agisce con autonomia propria — esattamente come l’eroe della fiaba non è più padrone delle proprie azioni finché dura il sortilegio.

La fiaba, però, non si arresta qui: racconta sempre, con la stessa cura, anche il percorso che conduce fuori dall’incantesimo. Questa seconda parte è spesso trascurata da chi si ferma alla trama, ma è proprio in essa che si manifesta il vero potere terapeutico della fiaba, perché restituisce una speranza reale, non consolatoria, che la trasformazione sia possibile.

Redenzione e gradualità: un altro volto del potere terapeutico delle fiabe

Prendiamo una fiaba danese conosciuta come Re Lindworm: una principessa sposa un principe che una maledizione ha trasformato in un drago-serpente. Per liberarlo, deve indossare dieci camicie, una sopra l’altra. Ogni volta che lui le chiede di togliersene una, lei gli risponde chiedendogli di togliersi invece una delle sue pelli di drago. Il rituale si ripete notte dopo notte: lei si toglie una camicia, lui perde uno strato di pelle animale. Solo dopo che il principe ha perso nove pelli, una alla volta, sotto l’ultima appare finalmente un uomo.

È un’immagine potente per chi accompagna un percorso di cura, perché racconta la trasformazione graduale: nessuna scorciatoia, nessun salto. In una fiaba italiana molto simile, la stessa liberazione avviene invece bruciando la pelle di maiale del principe. Ma se qualcuno tenta di bruciarla tutta d’un colpo, prima che la relazione e la fiducia si siano costruite passo dopo passo, il risultato non è la liberazione: è un ulteriore allontanamento, e lo sposo scompare, costringendo l’eroina a cercarlo a lungo per rimediare. Solo il rispetto della gradualità — una pelle alla volta, una camicia alla volta — consente l’esito integrativo.

Chi conduce un percorso analitico osserva questa dinamica quasi ogni giorno, e con rispetto. Il cambiamento vero non discende mai da un’illuminazione isolata, per quanto preziosa. Capire un conflitto con la mente, da solo, non basta a scioglierlo. Serve un lavoro paziente, che rispetti i tempi propri di ciascuno. Sono tempi che non sono del tutto governabili dalla volontà cosciente — così come non lo è il contenuto di un sogno.

In questo la fiaba è onesta. Forse più di molte promesse di rapida risoluzione, oggi diffuse anche in ambito psicologico. Non nasconde la fatica del cammino. La colloca al centro, come parte necessaria — e dignitosa — dell’esito.

Gli animali della fiaba e l’istinto: la terza chiave del potere terapeutico

Le fiabe sono popolate di figure animali — orsi, lupi, rane, cigni, serpenti — che custodiscono spesso un sapere che il protagonista umano ha perduto lungo la strada. Non si tratta di un elemento ornamentale: queste figure rappresentano la componente istintuale della psiche, quella parte di noi che precede e sostiene ogni elaborazione consapevole.

A differenza dell’animale, l’essere umano ha la capacità di reprimere questa componente istintuale, e in questa capacità risiede insieme una risorsa e un rischio. L’animale non può sottrarsi al proprio schema istintuale, nemmeno quando questo lo conduce alla morte; l’essere umano dispone invece di un margine di adattamento assai più ampio, che gli consente di agire contro i propri istinti fino al punto di ammalarsene.

È il prezzo di una libertà maggiore: la possibilità di ignorare ciò che il corpo, il sogno, l’affetto ci segnalano non è mai priva di conseguenze. Le fiabe in cui l’eroe impara ad allearsi con la componente animale, invece di combatterla, indicano una via che la clinica conosce bene: il sintomo non va inteso come un nemico da eliminare, ma come un messaggero che merita ascolto.

Perché usare le fiabe in terapia

Il ricorso al materiale fiabesco in seduta non risponde a un interesse estetico o erudito, ma al bisogno di un linguaggio capace di aggirare le difese dell’intelletto e di rivolgersi con delicatezza a quella parte di noi che elabora per immagini, prima ancora che per parole.

Quando propongo a un paziente di soffermarsi su un’immagine onirica, o su un motivo fiabesco che risuona con la sua storia, non sto introducendo un riferimento colto: sto offrendo uno strumento. Alcuni contenuti, ridotti alla sola verbalizzazione, resterebbero muti — e a volte soli. Attraverso questo strumento possono finalmente trovare voce ed essere accolti.

Ogni fiaba, letta con questa lente, cessa di essere un residuo dell’infanzia e si rivela per quello che probabilmente è sempre stata: una mappa lasciata da chi, prima di noi, ha attraversato lo stesso buio e ne ha ritrovato, talvolta, la via d’uscita. Se l’avete attraversato anche voi, sappiate che quella mappa esiste, e che non dovete percorrerla da soli — è anche in questo che si riconosce il potere terapeutico delle fiabe.

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