Con l’avvio dell’ultimo anno di scuola superiore, per molti studenti inizia anche il tempo in cui capire come scegliere l’università smette di essere un pensiero astratto e diventa una domanda concreta: entro pochi mesi andrà data una risposta, almeno provvisoria. Alcuni la hanno già da tempo. Altri la stanno ancora cercando, e vivono questa fase con il timore di essere gli unici a non avere le idee chiare.
Non lo sono. La maggior parte degli studenti arriva a questo momento con più dubbi che certezze, ed è bene dirlo con chiarezza: non è un segno di immaturità, né la prova di scarsi interessi o capacità. È semplicemente ciò che accade quando si chiede a una persona di diciassette o diciotto anni di immaginare, con una certa precisione, chi vorrà essere fra dieci.
Come scegliere l’università: una scelta, non un verdetto
Come scegliere l’università è una domanda che, posta così, sembra cercare una risposta univoca: la facoltà giusta, quella con più sbocchi, quella che piace di più ai genitori, quella che va per la maggiore tra i compagni di classe. Ma la scelta universitaria non funziona come un test a risposta multipla in cui un’opzione è corretta e le altre sbagliate.
È più utile pensarla come un processo che mette insieme pezzi diversi: quello che la persona sa fare, quello che le piace fare, quello in cui si sente capace di riuscire, quello che immagina per il proprio futuro, e la realtà concreta dei percorsi disponibili. Quando uno di questi pezzi manca — spesso è proprio la conoscenza realistica di cosa comporti un determinato corso di laurea — la decisione diventa più difficile da prendere e, a volte, più facile da sbagliare.
Cosa c’entrano davvero interessi e attitudini
Interesse e attitudine non sono sinonimi, anche se nel linguaggio comune finiscono per sovrapporsi. Un interesse è ciò che continua ad attirare l’attenzione anche quando smette di essere semplice o divertente: si riconosce meglio nella parte più impegnativa di una materia che in quella più superficiale. Un’attitudine, invece, è una disposizione a riuscire con relativa naturalezza in un certo tipo di compiti — logici, linguistici, relazionali, manuali — che il percorso scolastico ha già in parte messo in luce, anche se non sempre in modo esplicito.
C’è poi un terzo ingrediente che la ricerca psicologica considera altrettanto rilevante, e che viene citato meno spesso nei discorsi comuni sull’orientamento: l’autoefficacia, cioè quanto una persona si sente effettivamente capace di riuscire in un certo ambito, indipendentemente da quanto ci riesca davvero. Gli studi sulla scelta scolastica e professionale, a partire dal lavoro di Albert Bandura e poi ripreso ampiamente dalla ricerca italiana sull’orientamento, mostrano che questa percezione di sé pesa quanto le competenze reali, a volte anche di più: si tende a evitare ciò in cui ci si sente inadeguati, anche quando in realtà le capacità ci sarebbero.
Le trappole più comuni
Alcune dinamiche ricorrono con una frequenza tale da meritare un nome proprio.
La prima è l’immagine idealizzata di una professione: orientarsi verso medicina per la suggestione di una rappresentazione televisiva, o verso giurisprudenza per il fascino simbolico dell’aula di tribunale, senza aver mai considerato cosa comporti concretamente studiare quelle materie per anni. La seconda è il prestigio percepito che prende il posto della reale compatibilità: una facoltà “che vale di più” agli occhi di parenti e conoscenti non è automaticamente quella in cui una determinata persona renderà meglio o si sentirà a proprio agio.
La terza trappola riguarda l’origine della scelta più che il suo contenuto: c’è differenza fra decidere per un desiderio proprio, riconosciuto e argomentato, e adeguarsi a un’aspettativa di famiglia mai davvero messa in discussione. Non significa che i consigli dei genitori vadano ignorati — spesso portano osservazioni preziose su chi si è — ma che la decisione finale dovrebbe restare riconoscibile come propria, non come eredità da onorare.
Infine, c’è la paura di sbagliare, che a volte viene scambiata per indecisione cronica. Sono cose diverse: chi ha paura di sbagliare può avere già in mente diverse opzioni valide e faticare solo a scegliere fra queste; chi è davvero indeciso, invece, non ha ancora un quadro sufficientemente chiaro di sé su cui basare nessuna opzione. Le due situazioni richiedono risposte diverse, ed è un errore trattarle come se fossero la stessa cosa.
Come scegliere l’università in modo più consapevole
Un buon punto di partenza, quando ci si chiede come scegliere l’università, è distinguere per iscritto — se serve — cosa attira davvero e cosa invece è un riflesso di aspettative altrui o di un’immagine costruita più sui media che sull’esperienza diretta. Informarsi in modo concreto — cosa si studia realmente in un determinato corso, non solo il nome che porta, quali sono le modalità di accesso, cosa raccontano i dati su AlmaLaurea e Universitaly rispetto agli esiti occupazionali — aiuta a portare la decisione fuori dal campo delle impressioni e dentro quello delle informazioni verificabili.
Ha senso anche chiedersi, con onestà, quale stile di studio e di vita ci si immagina per i prossimi anni: un percorso molto strutturato o uno che lascia più margine di autonomia, un ambiente competitivo o uno più collaborativo. Sono domande che raramente vengono poste esplicitamente, eppure incidono quanto l’interesse per la materia sulla tenuta di una scelta nel tempo.
Il ruolo dell’orientamento professionale
Un percorso di orientamento serio non si esaurisce nella somministrazione di un test che restituisce un elenco di facoltà compatibili. Il valore di un lavoro di questo tipo sta nell’integrazione: un colloquio che permetta di conoscere davvero la persona, oltre le sue risposte a un questionario; strumenti psicometrici usati come uno degli elementi del quadro, non come oracolo; una lettura che tenga insieme interessi, autoefficacia, stile decisionale e informazioni realistiche sui percorsi disponibili. Un percorso di orientamento universitario strutturato in questi termini serve proprio a mettere in ordine questi elementi con l’aiuto di una professionista, quando diventa difficile farlo da soli.
La letteratura internazionale sull’orientamento — penso in particolare al modello del Life Design sviluppato da Mark Savickas e ai lavori italiani di Soresi e Nota — insiste su un punto che vale la pena riportare qui: la scelta professionale non è un evento isolato da “azzeccare” una volta per tutte, ma una tappa dentro un processo più lungo di costruzione di sé, che continuerà ad accompagnare la persona ben oltre l’iscrizione all’università. Vista così, la domanda su come scegliere l’università perde parte della sua urgenza drammatica, senza perdere serietà.
Per chiudere
Forse la domanda più utile, più che come scegliere l’università in astratto, è “cosa so davvero di me stesso, in questo momento, per poter scegliere qualcosa che mi somigli”. Non è una domanda a cui si risponde in un pomeriggio, e non dovrebbe esserlo: prendersi il tempo necessario, invece di accontentarsi della prima opzione che mette d’accordo tutti, è già una parte significativa della scelta stessa.
Prima di chiudere questa pagina, può valere la pena fermarsi su tre domande, senza cercare subito una risposta definitiva:
- Sto scegliendo per un interesse che riconosco come mio, o per accontentare qualcuno a cui tengo?
- Conosco davvero cosa si studia in questo corso, oltre all’idea che me ne sono fatto?
- Se nessuno mi avesse mai detto nulla su questa scelta, cosa mi verrebbe naturale considerare?
Non serve rispondere subito, e non serve rispondere da soli.
Fonti principali utilizzate
- Soresi S., Nota L., L’orientamento e la progettazione professionale. Modelli, strumenti e buone pratiche, il Mulino, 2020 — modello sociocognitivo (SCCT), costrutto di autoefficacia (Bandura), Life Design e career adaptability (Savickas), stili decisionali (Mann, Nota, Soresi — Melbourne Decision Making Questionnaire)
- Universitaly — Portale ufficiale del Ministero dell’Università e della Ricerca, sezione orientamento universitario
- AlmaLaurea — Rapporto 2025 su profilo e condizione occupazionale dei laureati (XXVII edizione
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