Tra gennaio e febbraio migliaia di famiglie italiane si trovano davanti alla stessa scadenza. Entro poche settimane va indicata, sulla piattaforma ministeriale, la scuola superiore scelta per il figlio o la figlia che sta finendo la terza media. La domanda di iscrizione permette di indicare fino a tre scuole in ordine di preferenza, non una sola. È un dettaglio spesso poco noto, che già da un punto di vista burocratico restituisce alla scelta un margine di flessibilità maggiore di quanto sembri da fuori. Prima di arrivare a quella data, però, il percorso si allunga spesso per mesi. Conversazioni a cena, opuscoli degli open day accumulati sul tavolo, e la domanda che gira e ritorna sempre uguale. Come scegliere la scuola superiore in modo che sia davvero la scelta giusta?

Vale la pena dirlo con chiarezza fin dall’inizio. Non esiste una scelta perfetta, valida a priori per ogni ragazzo o ragazza. Esiste una scelta più o meno informata, più o meno condivisa, più o meno costruita insieme a chi dovrà poi viverla ogni giorno per cinque anni.

Come scegliere la scuola superiore: una decisione importante, non definitiva

A tredici o quattordici anni si chiede a una persona di indicare un indirizzo di studi, spesso il primo bivio davvero suo. Interessi e aspirazioni, in questo momento della vita, sono ancora in movimento, non ancora stabilizzati. Questo non rende la scelta meno importante, ma ne definisce la natura. Non è un verdetto su chi si diventerà, è un contesto in cui continuare a crescere e capire meglio se stessi.

Vale la pena tenerlo a mente perché aiuta a ridurre una pressione che, a questa età, rischia di essere sproporzionata. Un percorso può essere corretto in seguito, con un cambio di indirizzo o di istituto, se davvero non funziona. Questo non significa incoraggiare la superficialità nella scelta, ma restituirle la giusta proporzione.

Cosa incide davvero su come scegliere la scuola superiore

Chi si occupa di orientamento scolastico osserva alcuni fattori che pesano più di altri. Sono elementi che raramente vengono nominati esplicitamente in famiglia.

Il primo è l’interesse reale per le materie, distinto dal voto che ci si prende in quelle materie. Un ragazzo può andare bene in una disciplina senza che questa lo appassioni, e viceversa può faticare in una materia che lo attira comunque profondamente. Confondere il rendimento con l’interesse porta spesso a scelte che sulla carta sembrano coerenti. Cinque anni dopo, però, si rivelano distanti da chi quella persona è diventata.

Il secondo fattore è quello che la ricerca chiama autoefficacia. Riguarda quanto un ragazzo o una ragazza si sente effettivamente capace in una determinata area, indipendentemente da quanto lo sia oggettivamente. Un’autoefficacia bassa in matematica, per esempio, può portare a escludere un indirizzo tecnico o scientifico anche quando le capacità reali ci sarebbero. Spesso basta che l’esperienza scolastica abbia costruito la convinzione di “non essere portato”. Riconoscere questa differenza tra capacità reale e percezione di sé è già un passo avanti importante.

Il terzo elemento riguarda l’autonomia della decisione. Quanto la scelta finale rifletta davvero un desiderio del ragazzo, riconosciuto e argomentato, e quanto invece sia il risultato di un’aspettativa familiare mai messa in discussione, o di una semplice adesione a ciò che fanno gli amici. Nessuno di questi elementi è per forza negativo: il parere dei genitori porta spesso osservazioni preziose su chi si è. Ma un adolescente che sceglie senza aver mai espresso un desiderio proprio parte con un margine di rischio più alto di ripensamento in corso d’anno.

Le trappole più frequenti

Alcune dinamiche si ripetono con una frequenza che vale la pena conoscere.

La scelta “di compagnia” è la prima: iscriversi dove va il gruppo di amici, un criterio comprensibile a tredici anni ma che raramente tiene conto delle reali caratteristiche personali. Il prestigio percepito di un istituto guida spesso la scelta più della sua reale coerenza con interessi e capacità del ragazzo. Nei genitori è comprensibile la tendenza a scegliere in base a cosa “garantisce di più” sul mercato del lavoro futuro, saltando il passaggio, altrettanto importante, di capire se quel percorso corrisponda a qualcosa che il figlio riconosce come proprio. Infine c’è la scelta presa nel panico da parte di chi non ha ancora nessuna idea, che finisce per affidarsi al primo consiglio ricevuto solo per uscire dall’indecisione.

Come rendere la scelta più consapevole

Un buon punto di partenza è parlare con il ragazzo di cosa lo interessa davvero, andando oltre le materie scolastiche. Cosa legge, guarda, costruisce, discute per scelta propria nel tempo libero: spesso dice più cose sulle sue reali inclinazioni di qualunque pagella. Vale la pena visitare gli open day non solo per farsi un’idea dell’edificio, ma per chiedere concretamente cosa si studia in quell’indirizzo, quali sono le materie del biennio e del triennio, quali sbocchi formativi e professionali prepara realmente.

La scuola offre già, dall’a.s. 2023/2024, moduli curricolari di orientamento di almeno 30 ore l’anno. A questi si aggiungono strumenti come l’E-Portfolio sulla piattaforma ministeriale Unica. La figura del docente tutor, prevista dalle stesse linee guida, si sta estendendo anche alla scuola secondaria di primo grado, dopo un avvio più concentrato sulle superiori. Sono risorse che vale la pena utilizzare: non alternative a un dialogo in famiglia, ma un supporto in più per costruirlo con più elementi concreti.

Il ruolo dell’orientamento professionale

A volte, in famiglia, la scelta genera più tensione che chiarezza. Un desiderio del ragazzo in aperto contrasto con quello dei genitori, una totale assenza di idee, o semplicemente il bisogno di uno sguardo esterno e competente. In questi casi un percorso di orientamento scolastico strutturato può fare la differenza. Il valore di un lavoro professionale di questo tipo sta nell’ascoltare separatamente il ragazzo e la famiglia, per evitare che le risposte di uno condizionino quelle dell’altro. Sta anche nell’integrare questo ascolto con strumenti psicometrici validati, letti sempre insieme al colloquio e non come un responso automatico. Un percorso serio restituisce un quadro, non una sentenza: uno spazio in cui il ragazzo possa arrivare a riconoscere una direzione come propria, con il tempo e l’attenzione individuale che trenta ore di orientamento su un’intera classe, per quanto preziose, difficilmente possono garantire a ciascuno singolarmente.

Per chiudere

I dati più recenti confermati da Eurostat mostrano un trend in miglioramento. L’abbandono scolastico precoce in Italia è sceso al 9,8% (dati 2024), un netto calo rispetto al 15% di dieci anni prima. Il dato resta comunque leggermente sopra la media europea del 9,3%, e sopra la soglia obiettivo del 9% fissata per il 2030. Dietro un trend di questo tipo ci sono anche migliaia di scelte fatte con più cura, più tempo e più ascolto reciproco tra genitori e figli. Come scegliere la scuola superiore dopo la terza media non ha una risposta valida per tutti. Ha però un metodo che aiuta quasi sempre: prendersi il tempo di ascoltare davvero chi quella scelta la vivrà, prima di decidere per lui o al posto suo.


Fonti principali utilizzate

  • Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) — Linee guida per l’orientamento, DM n. 328/2022
  • Eurostat (Statistics Explained) ed Education and Training Monitor 2025 (Commissione Europea) — dati 2024 sull’abbandono scolastico precoce in Italia e in Europa
  • Soresi S., Nota L., L’orientamento e la progettazione professionale. Modelli, strumenti e buone pratiche, il Mulino, 2020 — autoefficacia (Bandura), autonomia decisionale, stili decisionali in adolescenza (Mann, Nota, Soresi)

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